13 Aprile. 18 Aprile 2005.

Triennale di Milano
DESIGN
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Progetto di allestimento: Enzo Mari
Luci: Piero Castiglioni

La mostra Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi racconta l’incontro e la collaborazione del noto progettista italiano con l’azienda giapponese HIDA SANGYO, specializzata nella realizzazione di mobili in legno.

Di fronte ad una produzione che sembra quasi esclusivamente obbedire a un’applicazione standardizzata - quando non stregonesca - delle logiche di marketing, Enzo Mari non rinuncia a levare il proprio “grido” e continua caparbiamente a reclamare l’urgenza di ragionare sul design in termini di qualità complessiva del progetto. Come affermava nel suo Manifesto di Barcellona del 1999, la priorità rimane quella di porre Il lavoro al centro, perché la forma, nella sua stessa ontologia, implica Il lavoro che la realizza e dunque non può essere letta solo come segno che conferisce eleganza al prodotto industriale.

Alla piena ed effettiva condivisione di questa premessa si deve la nascita della collaborazione con Hida Sangyo, iniziata nel settembre 2003, a seguito di un ciclo di conferenze tenuto da Mari in Giappone, a Takayama, nella prefettura di Gifu, regione prevalentemente montuosa situata nel centro del paese. Gli incontri erano stati organizzati dall’Istituto Oribe, una istituzione governativa che lavora al rilancio del bacino industriale di Gifu, nel quale è situato il distretto di Takayama, noto come zona di “vocazione” per l’attività di lavorazione del legno.

Il programma dell’Istituto Oribe prevedeva anche la visita ad alcune industrie locali di mobili. L’azienda Hida Sangyo era tra queste e il suo Presidente, Sanzookada, profondamente colpito dalla personalità di Enzo Mari sia per la sua filosofia del design, sia per la profonda conoscenza degli ideali di bellezza dell’antico Giappone, decideva immediatamente di proporgli di progettare per Hida Sangyo una linea di mobili in legno di sugi, destinata ad essere diffusa e commercializzata in tutto il mondo.

In realtà il sugi (una specie autoctona di cipresso anni fa massicciamente impiegata dai Giapponesi per far fronte alle necessità di rimboschimento rapido delle zone devastate durante la Seconda Guerra Mondiale) produce un legno non particolarmente adatto alla realizzazione di mobili, ossia decisamente tenero e caratterizzato da una notevole presenza di nodi. Eppure il suo utilizzo nell’industria mobiliera sarebbe del tutto auspicabile, in quanto consentirebbe di ridurre la sovrabbondanza di questi alberi che oggi, a causa del loro eccessivo numero, sono diventati un serio problema per la salute delle grandi foreste del Giappone.

Oltre a questa positiva ricaduta sulla tutela dell’ambiente, la produzione di mobili in sugi senza dubbio sarebbe in grado di determinare un notevole contenimento del costo della materia prima. Sebbene estremamente evoluta sotto il profilo tecnologico, la lavorazione del legno massiccio rimane ancora molto legata all’antico sapere artigiano ed ha perciò bisogno di manodopera altamente qualificata e specializzata. Abbassare i costi di produzione cercando soluzioni “altre” dall’intervento sui salari e sulle condizioni dei lavoratori dimostra la volontà di perseguire una competitività che non implichi necessariamente una perdita di qualità formale e sociale. Come ribadisce Enzo Mari, è facile capire come “oggi, tale ecologia per l’uomo non sia di minor importanza di quelle per le foreste…”.

Il fattore della eccessiva tenerezza del sugi è stato risolto da Sanzo Okada e dai tecnici di Hida Sangyo che, anche grazie al contributo di alcuni istituti universitari giapponesi, sono riusciti a mettere a punto un particolare sistema di compressione delle fibre che consente di raggiungere un grado di resilienza analogo a quello del legno di faggio.

Per quanto riguarda le nodosità, Okada e Mari non hanno avuto dubbi; essendo una caratteristica naturale, i nodi meritano di essere rispettati. E inoltre: non è forse vero che negli ultimi anni le industrie occidentali, incalzate dal consumo critico, hanno imparato a gareggiare nell’esibire “certificazioni” in grado di attestarne il comportamento virtuoso, sia in termini di rispetto dei diritti dei lavoratori, sia nell’adozione di regole produttive compatibili con i principi di tutela ambientale? Perché dunque non equiparare i nodi del SUGI ad un vero e proprio marchio di scelta sostenibile, dal momento che valorizzare l’utilizzo di questo legno produce azioni eticamente corrette verso la vita delle persone?

La fase preparatoria dei venti prototipi di mobili oggi presentati, in anteprima assoluta, nella mostra Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi è durata circa un anno e mezzo, nel corso del quale Mari ha costantemente confrontato e sviluppato le proprie visioni progettuali con il direttore della produzione e il gruppo di lavoro di Hida Sangyo, riuscendo, come non gli accadeva da tempo, ad agire nella dimensione di quel lavoro collettivo di cui egli lamenta, a volte con toni di aspra polemica, l’assoluta rimozione e l’ormai totale inattuabilità culturale nell’ambito della committenza industriale del nostro paese.

Il pubblico si trova nella condizione privilegiata di poter avere esperienza di una differente modalità per stabilire una relazione tra il proprio “sé” e le sedie, i tavoli, i divani e tutti gli altri mobili esposti. Qui infatti non si è immersi in una sorta di solipsistica autorappresentazione del creativo-narciso. La dimensione epica di Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi consiste nel pretendere l’empatia del visitatore e nell’avere il coraggio di pronunciare a voce alta la parola Utopia, affermando la necessità di progetti che ne contengano almeno un barlume, anche solo una traccia, come una sorta di freccia che indirizzi verso altri percorsi possibili.

Un richiamo forte, un monito che Enzo Mari rivolge ad una collettività che, ai suoi occhi, appare troppo docilmente rassegnata alla perdita di strumenti critici e spazi per distinguere ciò che è indotta a volere da ciò che invece realmente desidera.

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